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Si narra che l’arte ebbe inizio quando Adamo, lasciata Eva ad occuparsi della casa e dimessi gli strumenti di caccia e gli attrezzi per l’agricoltura, si ritirò in luoghi ameni, in solitudine, a sognare il Paradiso perduto. Ciò che la sua immaginazione e le sue mani riuscirono a costruire attorno a quel silenzio, quella era l’Arte, che proprio nella sua radice “ar” custodisce il senso del fare. “Come se dentro di noi/ ci fosse un vuoto,/ qualcosa che eternamente manchi:/ sarà l’Eterno?”. Così Salvo Monica, in una sua poesia, descrive questo silenzio nell’anima, che muove le mani dell’artista a squarciare il velo, e scrutare impunemente dentro, più in profondità: il cielo, la terra, gli uomini, Dio. Perché, come scrive Galimberti, l’arte è desiderio dei segreti dell’assoluto, è guardare la madre nell’atto della generazione, scrutare il ventre di Dio.

 


E un artista, come Monica, che ha affinato la sua anima nell’insistenza della sua preghiera che chiede al mistero di piegarsi allo strumento, non si accontenta di una comoda conciliazione degli opposti, né si lascia sedurre da una bellezza scontata ed effimera; nella consapevolezza che l’anima avanza sempre, sia che voli come aquila e tocchi altezze sublimi, sia che strisci sull’umida terra. Così, come un anacoreta, compone silenzio ed attesa, ed attende che a movere le sue mani sia la Verità. Il vuoto si trasfigura in spazio aperto alla conoscenza della disposizione di tutte le cose, quelle del cielo e della terra, con il loro eterno disfarsi e rifarsi, con le luci e le ombre e il senso del lungo e tortuoso peregrinare dello spirito.
Il silenzio e l’attesa perché, scrive Monica, “...nel buio profondo della Notte,/ vorrei ascoltare la Voce,/ la Voce che illumina, che svela/ alcuni segreti dell’esistenza/ e placa l’anima inquieta.”
Questo è il mood dell’artista, la chiamata a cui non può sottrarsi. Ed è allora che, ad accompagnare l’istante creativo, si innalza un “Ave Maria, gratia plena...”. Nelle opere di Salvo Monica c’è la circolarità di quest’abbraccio, di questa grazia che riempie ed avvolge e colma di vastità l’artista e l’opera. Lo spettatore è rapito da questa epifania e coinvolto in questo rituale amoroso, che cambia e modella le forme dell’anima,che da esso si separa grata.

Evelina Baron

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